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	<title>Centro Athena Napoli &#187; fisiatranapoli</title>
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		<title>La distorsione di caviglia</title>
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		<pubDate>Tue, 09 May 2023 19:06:57 +0000</pubDate>
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				<content:encoded><![CDATA[<p><a class="dt-single-image" href="https://www.centroathenanapoli.it/wp-content/uploads/2023/05/ladistorsionedicaviglia.jpg" data-dt-img-description=""><img class="alignnone size-large wp-image-36938" src="https://www.centroathenanapoli.it/wp-content/uploads/2023/05/ladistorsionedicaviglia-1024x986.jpg" alt="ladistorsionedicaviglia" width="1024" height="986" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">La distorsione di caviglia avviene quando  l&#8217;articolazione<strong> è forzata oltre il proprio range articolare. </strong>A questo punto i muscoli, i legamenti e i tendini che la compongono possono subire delle lesioni che vanno dallo stiramento alla rottura. Gli stabilizzatori passivi della caviglia sono i legamenti collaterali laterale e mediale. Il primo (legamento deltoideo), formato da i fasci superficiale e profondo, prende origine dal malleolo tibiale e si inserisce sull&#8217;astragalo esul calcagno, svolgendo la funzione di opporsi ai movimenti di eversione. Il legamento collaterale esterno è invece formato da tre fasci legamentosi ben distinti tra loro e cioè il peroneo astragalico anteriore (P.A.A.), il peroneo-calcaneare (P.C.), il peroneo astragalico posteriore (P.A.P.). Gli stabilizzatori attivi sono il muscolo tibiale posteriore, il flessore comune delle dita e il muscolo flessore lungo dell&#8217;alluce (loggia retromalleolare mediale), i muscoli peroneo breve e lungo (loggia retromalleolare laterale). Nei casi più gravi alle lesioni capsulo-legamentose e mio-tendinee possono associarsi lesioni ossee.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>La distorsione più frequente interessa la parte esterna della caviglia con movimenti in inversione o supinazione </strong>(la punta del piede è rivolta verso il basso e la caviglia ruota bruscamente all&#8217;interno). <strong>La distorsione di caviglia è provocata da un trauma</strong> come una caduta, un salto con atterraggio scorretto, camminare su una superficie irregolare. Si possono distinguere <strong>Lesioni di I°</strong> caratterizzate da lesione del PAA, tumefazione e dolore al carico, <strong>Lesioni di II°</strong> con rottura del PAA e PC dolore, infiltrazione ematica delle parti molli periarticolari e limitazione funzionale parziale e <strong>Lesioni di III°</strong> con rottura del PAA, PC e PAP con dolore edema, ematoma e limitazione funzionale totale. In base all&#8217;evento temporale possono essere distinguersi lesioni acute, lesioni recenti su precedenti e lesioni inveterate con instabilità cronica.</p>
<p style="text-align: justify;">La diagnosi è clinica e di norma si procede all’esecuzione di esami radiografici per escludere eventuali lesioni ossee, ecografia ed RMN nei casi più gravi per lo studio dei tessuti molli. Nella fase iniziale delle lesioni di I e II° (per quest’ultime i tempi di recupero sono più lunghi) il trattamento prevede il protocollo RICE (riposo, ghiaccio, compressione elastica, elevazione dell&#8217;arto interessato).<strong> Nei casi più gravi e dove si associano lesioni ossee </strong>è necessario bloccare l&#8217;arto interessato dalla distorsione mediante <strong>bendaggio</strong> o<strong> apparecchio gessato</strong>. Utile l&#8217;uso di farmaci non steroidei e di antiedemigeni. Dopo il primo trattamento viene impostato un programma di controlli ambulatoriali con la funzione di valutare la progressione della guarigione, richiedere eventuali esami di approfondimento, prescrivere terapie fisiche e impostare il protocollo riabilitativo.</p>
<p style="text-align: justify;">Molto importanti le <strong>terapie fisiche</strong>  (come ultrasuoni, laser ND-YAG, ionoforesi, tecar, criolaserforesi, etc) che possono aiutare contro l’infiammazione e quindi a velocizzare la ripresa funzionale. Appena sarà recuperato il range articolare e alla diminuzione e/o scomparsa del dolore sarà fondamentale iniziare un percorso di rieducazione propriocettiva ed al passo spesso sottovalutato ma invece fondamentale per prevenire eventuali recidive e/o una instabilità cronica. L’approccio chirurgico è riservato solo ai casi più gravi (spesso nelle lesioni di III°) che minano la stabilità articolare (lesioni acute dove un esame radiografico dinamico mostra un tilt astragalico superiore a 30°, alle lassità croniche post-traumatiche ed alle gravi lesioni acute con lassità costituzionale) e prevedono tecniche ricostruttive in open oppure artroscopiche.</p>
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		<title>Il Neuroma di Morton</title>
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		<pubDate>Mon, 27 Mar 2023 19:16:22 +0000</pubDate>
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				<content:encoded><![CDATA[<p><a class="dt-single-image" href="https://www.centroathenanapoli.it/wp-content/uploads/2023/03/neuromadinorton.jpg" data-dt-img-description=""><img class="alignnone size-large wp-image-36929" src="https://www.centroathenanapoli.it/wp-content/uploads/2023/03/neuromadinorton-1024x986.jpg" alt="neuromadinorton" width="1024" height="986" /></a></p>
<p>Il Neuroma di Morton può svilupparsi a causa di <strong> </strong>microtraumi compressivi, tra le teste del III e IV metatarso, del III nervo digitale comune, un nervo esclusivamente sensitivo che innerva il 3 e 4 dito del piede (meno frequentemente esistono neuromi negli altri spazi intermetatarsali). Nel tempo si può formare un tessuto fibroso all’interno dello stesso nervo aumentandone le dimensioni e da qui la sintomatologia dolorosa.</p>
<p>Le cause di questi microtraumi possono essere ricercate nella conformazione del piede ed in tutte quelle condizioni che si associano ad un problema di appoggio dell’avampiede . Tale patologia è caratterizzata da un <strong>dolore trafittivo</strong>, simile a una scossa elettrica, a volte con <strong>formicolio</strong>, che si irradia verso le dita e da cui spesso il paziente trova sollievo solo togliendosi le scarpe (tale condizione può essere esacerbata da scarpe con tacco e punta stretta). Molto spesso, alla palpazione della zona interessata, è avvertibile un classico &#8220;clic&#8221; definito come segno di Mulder.</p>
<p>Gli esami strumentali (quali la radiografia, l&#8217;ecografia e la risonanza magnetica) vengono effettuati soprattutto per escludere la presenza di altre malattie che possono riguardare l&#8217;avampiede. Le terapie devono essere in un primo momento<strong> </strong><strong>conservative</strong> come terapia fisica antalgica (Laser ND-YAG, Ultrasuoni, Tecar terapia, Correnti antalgiche, Criolaserforesi) associate o meno a trattamenti manuali (massaggio trasverso profondo, trattamento mio-fasciale etc&#8230;). Nei casi più ribelli si possono praticare delle<strong> </strong><strong>infiltrazioni a base di cortisonici</strong>.</p>
<p>Risulta fondamentale spiegare al paziente l’utilizzo di calzature adeguate e l’eventuale utilizzo di <strong>plantari </strong>che migliorino l’appoggio del piede e allevino la compressione sul nervo (specie se vi sono condizioni associate come piede cavo o piatto, alluce valgo, metatarsalgia etc..). Se il dolore non migliora o tende a ripresentarsi periodicamente e le dimensioni del neuroma superano i 4-5mm è consigliato il trattamento chirurgico. La chirurgia si avvale di <strong>tecniche mininvasive</strong> mediante le quali si accede alla zona intermetatarsale per <strong>isolare e asportare il Neuroma</strong>. Come alternativa all&#8217;intervento chirurgico vi può essere una procedura di radiologia interventistica chiamata sclero-alcolizzazione.</p>
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		<title>La coccigodinia</title>
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		<pubDate>Tue, 31 Jan 2023 18:39:05 +0000</pubDate>
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<p><a class="dt-single-image" href="https://www.centroathenanapoli.it/wp-content/uploads/2023/01/coccigodinia.jpg" data-dt-img-description=""><img class="alignnone size-large wp-image-36909" src="https://www.centroathenanapoli.it/wp-content/uploads/2023/01/coccigodinia-1024x986.jpg" alt="coccigodinia" width="1024" height="986" /></a></p>
<p>La <strong>coccigodinia</strong> è una sindrome dolorosa  che coinvolge il coccige o l&#8217;area circostante. La maggior parte dei casi è correlata ad un&#8217;anomala mobilità del coccige con conseguente infiammazione.</p>
<p>La coccigodinia colpisce più frequentemente il sesso femminile anche per eventi traumatici associati al parto laddove un&#8217;eccessiva tensione di muscoli e legamenti del coccige dovuta alla maggiore flessibilità per aiutare la donna a partorire può causare lesioni e parziale dislocazione dello stesso. Anche una violenta <strong>caduta</strong> sulla regione glutea (come negli sport di contatto, equitazione, sci ecc.) può causare una frattura od una lussazione del coccige innescando un&#8217;instabilità patologica e dunque dolore ed infiammazione cronici. La coccigodinia può insorgere come conseguenza di attività sportive che prevedono movimenti ripetuti della regione sacro-coccigea, (ciclismo,  canottaggio etc), in caso di obesità, per sedute prolungate ed in tutte quelle condizioni nelle quali viene esercitata troppa pressione sul coccige.</p>
<p>Altre cause possono essere legate a tumori, squilibri della colonna vertebrale, compressione delle radici nervose e infezioni. Il <strong>dolore</strong>, spesso molto forte, intollerabile, può essere presente, con intensità variabile, in modo costante, ed è esacerbato dalla posizione seduta, tanto da dovere usare la cosiddetta ciambella per trovare sollievo quando si deve stare seduti. Esso può regredire spontaneamente per poi ripresentarsi anche a distanza di anni. È un dolore molto invalidante che condiziona la vita di relazione, sociale, lavorativa.</p>
<p>La diagnosi si basa sulla storia anamnestica riferita dal paziente oltre al dato oggettivo di evocare il dolore con la digitopressione. Necessario eseguire comunque accertamenti strumentali per una corretta diagnosi differenziale quali <strong>una radiografia delle vertebre del coccige in stazione eretta e in posizione seduta e nei casi dubbi una</strong> <strong>risonanza magnetica.</strong> Il trattamento, in prima istanza, deve essere quello medico-conservativo.</p>
<p>La terapia farmacologica e le iniezioni di corticosteroidi alleviano i sintomi della coccigodinia (infiammazione e dolore), con effetti che possono durare anche diverse settimane. Le infiltrazioni locali con ossigeno-ozono<strong> </strong>che svolgono un’azione anti-infiammatoria possono essere ripetute più frequentemente rispetto a quelle con cortisonici. Vi sono diverse procedure che possono dare soddisfacenti risultati, compresa, in caso di esito fratturativo, la riduzione della lussazione o sublussazione, mediante manipolazione interna. La <strong>terapia fisica</strong> con impiego di tecarterapia, laser terapia, magnetoterapia e la ginnastica posturale possono essere di aiuto nel ridurre il dolore e migliorare la postura. Nel caso tali provvedimenti conservativi fallissero vi è la terapia è chirurgica che consiste nel rimuovere la vertebra dolorante.</p>
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		<title>La spina calcaneare</title>
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		<pubDate>Sat, 10 Dec 2022 18:02:14 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[La spina calcaneare è una entesopatia (tendinite inserzionale) del calcagno. In realtà il termine &#8220;spina&#8221; è erroneo in quanto trattasi di una calcificazione del tendine stesso che lo fa somigliare ad una &#8220;spina&#8221;. Lo sperone calcaneare è un disturbo molto simile alla SPINA CALCANEARE con la differenza che quest&#8217;ultima esordisce nella zona inferiore del tallone, generalmente a livello mediale,&#8230;]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a class="dt-single-image" href="https://www.centroathenanapoli.it/wp-content/uploads/2022/12/spinacalcaneare.jpg" data-dt-img-description=""><img class="alignnone size-large wp-image-36905" src="https://www.centroathenanapoli.it/wp-content/uploads/2022/12/spinacalcaneare-1024x986.jpg" alt="spinacalcaneare" width="1024" height="986" /></a></p>
<p>La <strong>spina calcaneare</strong> è una entesopatia (tendinite inserzionale) del calcagno. In realtà il termine &#8220;<em>spina</em>&#8221; è erroneo in quanto trattasi di una calcificazione del tendine stesso che lo fa somigliare ad una &#8220;spina&#8221;. Lo sperone calcaneare è un disturbo molto simile alla <strong>SPINA CALCANEARE</strong> con la differenza che quest&#8217;ultima esordisce nella zona inferiore del tallone, generalmente a livello mediale, nel punto in cui ha origine la fascia plantare (anziché nella parte posteriore del calcagno). La causa della spina calcaneare è da ricercare nell&#8217;uso di <strong>calzature non idonee</strong>, generalmente con tacco basso e <strong>plantare non congruo</strong>.  Anche i microtraumi hanno notevole importanza come quelli legati ad attività sportive che possono causare un aumento di tensione del tendine e una conseguente infiammazione. Altri fattori che possono favorire allo sviluppo dello sperone calcaneare sono le caratteristiche anatomiche (es. piede cavo o pronato), il peso eccessivo. Queste &#8220;<strong>sollecitazioni</strong>&#8221; provocano delle <strong>piccole lesioni</strong> che tendono a <strong>ripararsi spontaneamente</strong> con la <strong>formazione del nuovo tessuto osseo</strong>, da cui risulta lo sperone calcaneare. Il sintomo principale è il dolore al centro del tallone che può irradiarsi alla volta plantare, causando una concomitante <strong>fascite plantare</strong>. Nella forma acuta il dolore è così forte d rendere impossibile l’appoggio del piede a terra. Nelle forme croniche il dolore aumenta al momento del risveglio appena si poggia il piede, si attenua o scompare camminando per ripresentarsi il giorno successivo. La diagnosi è basata sulla visita medica, che può essere adiuvata eami diagnostici (RX e/o ecografia, esami di secondo livello come la RMN). Un <strong>esame baropodometrico</strong> viene consigliato, invece, nel caso sia sospettata una patologia da sovraccarico.</p>
<p>La terapia consiste nell&#8217;uso ortesi (plantare personalizzato con scarico del tallone) e di calzature appropriate con tacco di almeno 2/3 cm. Utile la fisiokinesiterapia con le onde d&#8217;urto, sempre valido per tutte le tendiniti il laser ad alta potenza, gli ultrasuoni, la tecar terapi, i massaggi, le manipolazioni e lo stretching. Particolarmente efficace può essere la mesoterapia con farmaci antiflogistici o omeopatici (recentemente ci si avvale dell&#8217;uso del collagene sempre in mesoterapia). Le infiltrazioni locali con cortisone dovrebbe essere prese in considerazione solo nei casi ribelli agli altri trattamenti per la presenza di effetti collaterali. Nei pazienti che non hanno tratto alcun beneficio dalla terapia conservativa (o nel caso in cui questa non fosse più sufficiente), può essere indicata l&#8217;<strong>asportazione chirurgica</strong><strong> </strong>dello sperone calcaneare. Lo scopo dell&#8217;intervento consiste nell&#8217;eliminare il dolore e nel ripristinare il movimento articolare. La rimozione dello sperone calcaneare avviene dapprima con la <strong>chirurgia mininvasiva</strong>, poi, in caso di recidiva della patologia, con <strong>correzioni più complesse </strong>del retropiede.</p>
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		<title>Le cisti sinoviali tendinee</title>
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		<pubDate>Mon, 21 Nov 2022 21:07:39 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Le cisti tendinee o “gangli sinoviali” si localizzano prevalentemente a livello del polso e della mano ed in particolare in corrispondenza del legamento scafo-lunato e della regione palmare del polso, seguiti dalla guaina dei tendini flessori. L’eziopatogenesi è controversa, l’ipotesi più plausibile è che si possano originare per fenomeni di degenerazione mucoide dei tessuti su base microtraumatica. Compaiono,&#8230;]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a class="dt-single-image" href="https://www.centroathenanapoli.it/wp-content/uploads/2022/11/cistitendinee.jpg" data-dt-img-description=""><img class="alignnone size-large wp-image-36899" src="https://www.centroathenanapoli.it/wp-content/uploads/2022/11/cistitendinee-1024x986.jpg" alt="cistitendinee" width="1024" height="986" /></a></p>
<p>Le<strong> cisti tendinee</strong> o “gangli sinoviali” si localizzano prevalentemente a livello del polso e della mano ed in particolare in corrispondenza del <strong>legamento scafo-lunato</strong> e della <strong>regione palmare del polso</strong>, seguiti dalla guaina dei tendini flessori.</p>
<p>L’eziopatogenesi è controversa, l’ipotesi più plausibile è che si possano originare per fenomeni di degenerazione mucoide dei tessuti su base microtraumatica. Compaiono, più frequentemente in pazienti di<strong> sesso femminile tra i 20 e i 40 anni</strong> di età, come una tumefazione in una delle localizzazioni tipiche anzidette, comportando in genere una deformazione estetica del polso e dolore. Se il ganglio si sviluppa in prossimità di un nervo periferico (in genere il nervo mediano o l’ulnare) può associarsi una neuropatia consensuale.</p>
<p>La diagnosi è clinica ma va confermata con l’ecografia che ne permette un’accurata valutazione. Nei casi dubbi altra metodica utile è la <strong>Risonanza Magnetica</strong>. I gangli sinoviali così come hanno una tendenza a<strong> risolversi spontaneamente</strong> possono recidivare con uguale frequenza. Normalmente se non sintomatiche non necessitano di nessun trattamento ma solo di monitoraggio nel tempo.</p>
<p>Se sintomatici, possono essere presi in considerazione diversi trattamenti: puntura ecoguidata con aspirazione, con contemporanea iniezione o meno di steroidi, e resezione chirurgica. Quest’ultimo sembrerebbe essere il trattamento più efficace e con maggiori tassi di successo definitivo. Sebbene l’intervento chirurgico sia usualmente considerato di semplice effettuazione in una ridotta percentuale di casi vi può essere dolore postoperatorio, ridotta funzionalità e recidive. In questi casi può essere utile un programma fisiokinesiterapico con metodiche di terapia fisica per alleviare il dolore e rieducazione motoria allo scopo di reuperare il fisiologico range articolare.</p>
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		<title>L&#8217;artrosi di spalla</title>
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		<pubDate>Wed, 19 Oct 2022 20:36:10 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[L’artrosi di spalla è una malattia degenerativa che colpisce l’articolazione della spalla, a partire dalla cartilagine che riveste le superfici ossee e permette il movimento fluido e senza attrito della spalla. Con la progressione dell’artrosi, la cartilagine si usura e compaiono i sintomi tipici dell’artrosi. L&#8217;artrosi può essere primaria, cioè dovuta ad un naturale invecchiamento della&#8230;]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify; background: white; margin: 0cm 0cm 9.35pt 0cm;"><a class="dt-single-image" href="https://www.centroathenanapoli.it/wp-content/uploads/2022/10/artrosidispalla.jpg" data-dt-img-description=""><img class="alignnone size-large wp-image-36892" src="https://www.centroathenanapoli.it/wp-content/uploads/2022/10/artrosidispalla-1024x986.jpg" alt="artrosidispalla" width="1024" height="986" /></a></p>
<p style="text-align: justify; background: white; margin: 0cm 0cm 9.35pt 0cm;"><span style="font-size: 16.0pt; font-family: 'Arial',sans-serif;">L’artrosi di spalla è una malattia degenerativa che colpisce l’articolazione della spalla, a partire dalla cartilagine che riveste le superfici ossee e permette il movimento fluido e senza attrito della spalla. Con la progressione dell’artrosi, la cartilagine si usura e compaiono i sintomi tipici dell’artrosi. L&#8217;artrosi può essere<span class="apple-converted-space"><b><span style="color: #333333;"> </span></b></span><strong><span style="font-family: 'Arial',sans-serif; color: #333333;">primaria</span></strong>, cioè dovuta ad un naturale invecchiamento della cartilagine che si usura col tempo, o<span class="apple-converted-space"><b><span style="color: #333333;"> </span></b></span><strong><span style="font-family: 'Arial',sans-serif; color: #333333;">secondaria</span></strong><span class="apple-converted-space"><span style="color: #333333;"> </span></span>a precedenti fratture, traumi o malattie sistemiche. I sintomi son principalmente<span class="apple-converted-space"><b><span style="color: #333333;"> </span></b></span><strong><span style="font-family: 'Arial',sans-serif; color: #333333;">comparsa progressiva di dolore e successiva perdita di movimento</span></strong>, rendendo sempre più difficile anche le normali attività quotidiane (pettinarsi, portare il cucchiaio alla bocca, lavarsi i denti, guidare, eccetera). </span></p>
<p style="text-align: justify; background: white; margin: 0cm 0cm 9.35pt 0cm;"><span style="font-size: 16.0pt; font-family: 'Arial',sans-serif;">La diagnosi, dopo un attento esame clinico, si può effettuare semplicemente con una <strong><i><span style="font-family: 'Arial',sans-serif; color: #333333;">radiografia standard comparativa di spalla</span></i></strong>. Nei casi più complessi e per diagnosi differenziale possono essere utili integrazioni con esami di secondo livello (TC e/o RMN).<span class="apple-converted-space"><b><span style="color: #333333;"> </span></b></span><span style="color: #333333;">Il rischio principale di una artrosi non trattata tempestivamente è la<span class="apple-converted-space"> </span><strong><span style="font-family: 'Arial',sans-serif;">perdita quasi totale del movimento</span></strong><span class="apple-converted-space"> </span>e quindi dell’autonomia nelle A.V.Q. (attività della vita quotidiana). Il trattamento specie nelle fasi iniziali è <strong><span style="font-family: 'Arial',sans-serif;">farmacologico e fisioterapico</span></strong>, mirato alla diminuzione dell’infiammazione articolare e soprattutto al mantenimento del movimento. </span></span></p>
<p style="text-align: justify; background: white; margin: 0cm 0cm 9.35pt 0cm;"><span style="font-size: 16.0pt; font-family: 'Arial',sans-serif;"><span style="color: #333333;">Pertanto è fondamentale iniziare un percorso fisioterapico con esercizi di rieducazione motoria e posturale oltre che di terapia fisica antalgica (Tecar terapia, Laser Nd-Yag, Crioelettroforesi, Magnetoterapia, Ultrasuoni, Correnti antalgiche) il prima possibile proprio per cercare di arrestare la progressione della malattia con l’inevitabile perdita di movimento. Possono essere utili<span class="apple-converted-space"> </span><em><span style="font-family: 'Arial',sans-serif;">infiltrazioni intrarticolari</span></em><span class="apple-converted-space"> </span>a base di cortisonici o acido ialuronico. </span>Quando le terapie conservative falliscono e l’artrosi è ancora ai primi stadi, può essere utile il<span class="apple-converted-space"><span style="color: #0c143a;"> </span></span><b>trattamento artroscopico</b><span class="apple-converted-space"><span style="color: #0c143a;"> </span></span>per rimuovere frammenti di cartilagine e tessuti infiammati. Non si tratta di un trattamento definitivo ma aiuta a gestire il dolore per un periodo limitato di tempo. Negli stadi avanzati, invece, la soluzione all’artrosi di spalla, al dolore e alle limitazioni funzionali, è l’intervento di<span class="apple-converted-space"><span style="color: #0c143a;"> </span></span><b>protesi di spalla</b>.<span class="apple-converted-space"><span style="color: #0c143a;"> </span></span></span></p>
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		<title>La sindrome delle faccette articolari</title>
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		<pubDate>Sun, 11 Sep 2022 20:01:44 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[La lombalgia cronica è la causa più frequente di disabilità muscolo-scheletrica con una prevalenza del 5% sull’intera popolazione. Spesso l’eziologia è multifattoriale e, proprio questa, è la causa di numerose visite specialistiche, errori diagnostici e chirurgia non indicata. In particolare la sindrome delle faccette articolari lombari è considerata una frequente ma spesso poco riconosciuta origine&#8230;]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a class="dt-single-image" href="https://www.centroathenanapoli.it/wp-content/uploads/2022/09/faccette.jpg" data-dt-img-description=""><img class="alignnone size-large wp-image-36881" src="https://www.centroathenanapoli.it/wp-content/uploads/2022/09/faccette-1024x986.jpg" alt="faccette" width="1024" height="986" /></a></p>
<p>La lombalgia cronica è la causa più frequente di disabilità muscolo-scheletrica con una prevalenza del 5% sull’intera popolazione. Spesso l’eziologia è multifattoriale e, proprio questa, è la causa di numerose visite specialistiche, errori diagnostici e chirurgia non indicata. In particolare la sindrome delle faccette articolari lombari è considerata una frequente ma spesso poco riconosciuta origine di lombalgia cronica. Secondo la International Association for the Study of Pain (IASP) la lombalgia cronica, dovuta alla sindrome delle faccette articolari, rappresenta da sola dal <strong>15%</strong> al <strong>45%</strong> circa del totale.<br />
La <strong>Sindrome delle Faccette Articolari</strong> è una <strong>patologia algo-disfunzionale</strong> delle faccette articolari vertebrali, articolazioni che garantiscono la mobilità della colonna vertebrale. Il <strong>sovraccarico funzionale</strong> della faccetta articolare è la causa principale di tale disfunzione e può essere aggravato da fattori quali l’età, l&#8217;<em>obesità</em>, il <em>lavoro sedentario</em>, la <em>scarsa attività fisica</em>. In sostanza le faccette articolari sovrasollecitate iniziano a muoversi più di quanto sono progettate a fare, generando un dolore da ipermovimento. Il sintomo principale è la <strong>lombalgia</strong>, monolaterale o bilaterale, ossia il classico mal di schiena, che si esacerba coi movimenti del busto. Raramente la sindrome faccettale da una irradiazione all&#8217;arto inferiore a meno che non vi sia una patologia concomitante compressiva sulle radici nervose. Tale sintomatologia entra in diagnosi differenziale con numerose altre patologie a carico della colonna vertebrale, quali le spondilolistesi, la stenosi lombare, le ernie discali ecc, le quali hanno cortei sintomatologici spesso più complessi e che, è bene dirlo, sono anche più frequenti.</p>
<p>La diagnosi prevede un attento <strong>esame clinico</strong> e l&#8217;esecuzione di <strong>esami radiologici</strong> mirati. Il primo esame da eseguire è la <strong>RX lombosacrale</strong> in proiezioni statiche e dinamiche; tale esame permette di individuare innanzitutto l&#8217;allineamento del tratto lombare, la presenza di instabilità vertebrali conclamate e la presenza di alterazioni artrosiche a carico delle faccette articolari. L&#8217;esame deve poi essere completato dalla <strong>RMN </strong>la quale permette innanzitutto di escludere patologie discali o osteoartrosiche più avanzate, permette di analizzare la disfunzionalità delle faccette mediante la misurazione del liquido al loro interno, permette di classificare il grado di osteoartrite delle faccette stesse mediante una specifica classificazione. L&#8217;esame diagnostico principe è il <strong>test antalgico sulle faccette articolari</strong> che si esegue mediante <em>infiltrazione dell&#8217;articolazione con anestetico e cortisone</em>; tale esame, che deve essere eseguito in mani esperte, è diagnostico se l&#8217;infiltrazione permette la risoluzione del dolore. Dal momento che in questo tipo di patologia l<strong>&#8216;articolazione si muove più di quanto dovrebbe</strong> in relazione al carico fisiologico, l&#8217;evoluzione di tale patologia è per forza di cose progressiva: i rischi sono quelli di sviluppare a distanza di tempo una forma artrosica più grave quale ad esempio la <strong>spondilolistesi degenerativa</strong> o la <strong>stenosi del canale lombare</strong>. La cura della sindrome faccettale è strettamente correlata alla corretta diagnosi e nel caso in cui vi sia diagnosi certa di sindrome faccettale le opzioni di trattamento sono fondamentalmente tre:</p>
<p>Il <strong>Trattamento conservativo</strong>: può essere eseguito attraverso la rieducazione posturale individuale, le terapie antalgiche fiscihe (tecar e laser terapia, ionoforesi, Correnti antalgiche etc..) e il nuoto, con l&#8217;obiettivo di ridurre le tensioni muscolari, ridurre il carico sulle faccette articolari e migliorare la mobilità.</p>
<p><strong>Trattamento con radiofrequenza</strong>: una volta che il test antalgico risulta positivo, si può eseguire la termoablazione con radiofrequenza della faccetta articolare, andando ad eseguire una lesione del ramo nervoso tributario della faccetta articolare attraverso un elettrodo inserito in anestesia locale sotto controllo radiologico. È una procedura sicura in mani esperte che non richiede ricovero, tuttavia questo trattamento può non essere definitivo e portare alla ricomparsa dei sintomi a distanza di mesi (per cui possono essere necessarie diverse applicazioni), ma soprattutto risulta un trattamento sintomatico che agisce esclusivamente sul dolore, ma che non tratta in nessun modo la patologia di base responsabile della sindrome, ossia l&#8217;ipermobilità articolare. Perciò, anche in questo caso, è bene seguire comunque un percorso di riabilitazione studiato ad hoc sul paziente e sulle sue condizioni specifiche.<br />
Infatti i risultati della radiofrequenza tendono a diminuire progressivamente con il passare del tempo, soprattutto quando non vengono adottate terapie complementari di rieducazione motoria</p>
<p><strong>Trattamento chirurgico</strong>: la chirurgia in questi casi ha come obiettivo il trattamento dell&#8217;ipermobilità della faccetta articolare secondo il principio per cui, eliminando la mobilità patologica, si elimina il dolore e si tratta l&#8217;ipermobilità responsabile della sindrome. Le tecniche chirurgiche a disposizione vanno dalle classiche stabilizzazioni con viti e barre, che si possono eseguire con <em>tecniche open o percutaneo-mininvasive</em>, alle stabilizzazioni di recente introduzione quali quelle con fissatori interfaccettali o transfaccettali, che in casi selezionati, garantiscono una completa risoluzione del dolore con tempi chirurgici e di recupero estremamente ridotti.</p>
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		<title>La marcia a punte in dentro</title>
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		<pubDate>Tue, 31 May 2022 21:05:28 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[La marcia a punte in dentro (in inglese intoeing &#8211; piede all’interno oppure pigeon toed &#8211; passo del piccione) è una postura con rotazione interna degli arti inferiori che può manifestarsi quando il bambino inizia a camminare. Talvolta la rotazione interna può portare il bambino a inciampare frequentemente durante il cammino o la corsa. Nella grande maggioranza&#8230;]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a class="dt-single-image" href="https://www.centroathenanapoli.it/wp-content/uploads/2022/05/intoeing.jpg" data-dt-img-description=""><img class="alignnone size-large wp-image-36863" src="https://www.centroathenanapoli.it/wp-content/uploads/2022/05/intoeing-1024x986.jpg" alt="intoeing" width="1024" height="986" /></a></p>
<p>La marcia a punte in dentro (in inglese intoeing &#8211; piede all’interno oppure<strong> pigeon toed &#8211; passo del piccione</strong>) è una postura con rotazione interna degli arti inferiori che può manifestarsi quando il bambino inizia a camminare. Talvolta la rotazione interna può portare il bambino a <strong>inciampare</strong> frequentemente durante il cammino o la corsa. Nella grande maggioranza dei bambini di età inferiore agli 8 anni la deambulazione a punte in dentro <strong>si corregge</strong> <strong>spontaneamente</strong> senza necessità di <strong>trattamento</strong>. In rari casi può essere sintomo di problemi neurologici a seguito di un parto complicato (ipossia o asfissia del neonato), in altri di un normale processo di ricerca del modo più corretto di camminare e di coordinarsi (schema motorio) e più spesso è una manifestazione di quelli che gli ortopedici chiamano <strong>“disturbi sovrasegmentari dell’arto inferiore”</strong>, cioè torsioni di ossa del piede (metatarsi), della gamba (tibia) o dell’anca (femore). Infatti le tre le condizioni che causano frequentemente la marcia a punte in dentro sono <strong>il piede curvo</strong> (metatarso addotto), <strong>la torsione della gamba</strong> (torsione tibiale) e la <strong>torsione dell&#8217;anca </strong>(antiversione femorale). Queste tre condizioni si possono presentare isolate o insieme ad altri problemi ortopedici.</p>
<p>Esiste un&#8217;ereditarietà <strong>genetica</strong> (possono essere trasmesse dai genitori ai figli) e per questo non possono essere prevenute. Va specificato che i meccanismi fisiologici di <strong>torsione scheletrica dell’arto inferiore</strong> sono caratteristica della specie umana, iniziano durante lo sviluppo embrionario e fetale (VI-VII settimana), sono necessari per permettere l’assunzione della normale stazione eretta e definiscono quei rapporti biomeccanici che consentono la normale deambulazione: fattori ereditari, malattie durante la gravidanza o posizione intrauterina del feto possono causare una accentuazione od una riduzione della torsione dell’arto inferiore che determinerà poi una <strong>deambulazione patologica</strong>.</p>
<p><strong>Compito dell’ortopedico</strong> e/o del fisiatra durante la visita del bambino è pertanto di verificare la corretta rotazione degli arti inferiori, distinguere le rotazioni fisiologiche (quindi reversibili entro gli 8 anni di età)  da quelle patologiche, comprendere le cause che hanno determinato la rotazione anomala ed in questo caso suggerire come correggerle: il tutto al fine di rassicurare i genitori ed identificare in tempo quelle condizioni, non frequenti, che richiedono un trattamento specifico. <strong>La rotazione anteriore del femore</strong> (antiversione femorale) descrive l’angolo tra il collo del femore e l’asse dei condilI femorali, misura 40° alla nascita, nell’adulto è di circa 10° e normalmente nel bambino di 8 anni d’età non supera i 17°: misure maggiori determinano un aumento della rotazione interna dell’arto inferiore, con caratteristico “strabismo rotuleo convergente”, e pone i piedi “a punte in dentro”  determinando così una migliore congruenza tra testa del femore ed acetabolo. I genitori notano che durante la deambulazione il bambino intra ruota i piedi ed alle volte anche le rotule (strabismo convergente) ed assume spesso una andatura goffa, inciampa e cade mentre corre. Inoltre mantiene una caratteristica posizione quando è seduto a terra tenendo le gambe divaricate “a doppia W”. <strong>La rotazione interna della gamba</strong> (torsione tibiale interna) è già evidente tra 2-3 anni d’età ed è la causa più comune di una andatura con i piedi ruotati all’interno. Spesso è legata alla posizione intrauterina del feto si risolve nei primi anni di vita e può essere associata a ginocchio angolato all’interno (ginocchio varo) mentre portando i piedi in posizione parallela e perpendicolare al piano frontale, le rotule divergono verso l’esterno (strabismo divergente). <strong>La rotazione dell’avampiede</strong> (metatarso addotto) rappresenta un’altra importante causa di deambulazione a piedi ruotati internamente: il piede ha un bordo esterno curvo anziché dritto per la deviazione verso l’interno delle ossa metatarsali.</p>
<p>L’<strong>uso di ortesi</strong> (calzature particolari, plantari, tutori notturni  etc ) non modifica in alcun modo l’evoluzione delle deformità a parte nei casi di metatarso addotto per il cui trattamento possono essere indicati. Importante nelle forme dovute a mancata maturazione dello schema corporeo e nei difetti rotativi sotto i 7 anni di età la <strong><span style="text-decoration: underline;">terapia riabilitativa</span></strong>. Assai rari i trattamenti chirurgici riservati alle forme che non si risolvono spontaneamente (meno del 20%) e che mostrano di influenzare negativamente in maniera severa la deambulazione o la corsa. I <strong>trattamenti chirurgici</strong>, indicati dopo gli 8 anni di età per l’antiversione femorale ed i 5 anni di età per la intrarotazione tibiale, prevedono le osteotomie rotazionali.</p>
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		<title>Il morbo di Osgood-Schlatter</title>
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		<pubDate>Tue, 08 Mar 2022 20:56:55 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Prende il nome dall&#8217;ortopedico statunitense Robert Bayley Osgood e dal chirurgo svizzero Carl Schlatter, che per primi l&#8217;hanno descritta, agli inizi del XX secolo. Noto anche come “apofisite del tubercolo tibiale”, è una condizione prettamente giovanile che scaturisce da una sofferenza di natura infiammatoria a livello della tuberosità tibiale, ossia la prominenza anteriore dell&#8217;epifisi distale della tibia su cui trova inserzione il tendine rotuleo. Durante i movimenti&#8230;]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a class="dt-single-image" href="https://www.centroathenanapoli.it/wp-content/uploads/2022/03/morboosgoodschlatter.png" data-dt-img-description=""><img class="alignnone size-large wp-image-36825" src="https://www.centroathenanapoli.it/wp-content/uploads/2022/03/morboosgoodschlatter-1024x986.png" alt="morboosgoodschlatter" width="1024" height="986" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">Prende il nome dall&#8217;ortopedico statunitense Robert Bayley Osgood e dal chirurgo svizzero Carl Schlatter, che per primi l&#8217;hanno descritta, agli inizi del XX secolo. Noto anche come “apofisite del tubercolo tibiale”, è una condizione prettamente giovanile che scaturisce da una sofferenza di natura infiammatoria a livello della tuberosità tibiale, ossia la prominenza anteriore dell&#8217;epifisi distale della tibia su cui trova inserzione il tendine rotuleo.</p>
<p style="text-align: justify;">Durante i movimenti di piegamento ed estensione del ginocchio il muscolo quadricipite femorale della coscia opera una contrazione sul tendine rotuleo e indirettamente sulla tuberosità tibiale esercitando una trazione nei confronti della prominenza che lo unisce alla tibia. In medicina il termine &#8220;apofisite&#8221; indica una varietà di <strong>osteocondrosi</strong>, caratterizzata dall&#8217;infiammazione di un&#8217;<strong>apofisi</strong>, ossia una proienzione o un&#8217;escrescenza di un osso del corpo umano.</p>
<p style="text-align: justify;">Nella quasi totalità dei casi è una condizione passeggera che si risolve spontaneamente alla conclusione dello sviluppo osseo tipico dell&#8217;età adolescenziale (in particolare, a soffrirne maggiormente sono i maschi di età compresa tra i 10 e i 15 anni). All&#8217;insorgenza del morbo di Osgood Schlatter concorrono infatti l&#8217;<strong>immaturità ossea della tuberosità tibiale</strong>, tipica degli anni dell&#8217;adolescenza, e un <strong>meccanismo anomalo di trazione del tendine rotuleo</strong>, nei confronti della tuberosità tibiale stessa. Nei soggetti con morbo di Osgood Schlatter, infatti, la condizione scaturisce da una sollecitazione insolita, da parte del tendine rotuleo, di una tuberosità tibiale non ancora completamente ossificata, come quella presente appunto negli adolescenti di 10-15 anni.</p>
<p style="text-align: justify;">Fattori di rischio sono <strong>sports </strong> in cui sono prevalenti <strong>corsa</strong> e <strong>salti</strong>, una certa <strong>predisposizione genetica</strong> allo sviluppo della condizione in questione, uno <strong>squilibrio tra la crescita scheletrica e la crescita dell&#8217;apparato muscolo-legamentoso</strong>, tale per cui l&#8217;accrescimento osseo anticipa, in quanto più rapido, l&#8217;accrescimento di muscoli e legamenti. Il più delle volte colpisce una sola gamba, ma si può verificare anche in entrambe le gambe contemporaneamente. I tipici sintomi del morbo di Osgood Schlatter sono dolore (che <strong>peggiora con l&#8217;attività fisica</strong> e <strong>migliora con il riposo)</strong> e gonfiore appena sotto il ginocchio, appunto laddove il tendine rotuleo si aggancia alla tuberosità tibiale.</p>
<p style="text-align: justify;">A volte la migrazione della tuberosità tibiale comporta un cambio dell&#8217;area di ossificazione di quest&#8217;ultima nonché la formazione di una protuberanza anomala sotto il ginocchio. In presenza di una corretta gestione terapeutica della condizione la sopraccitata protuberanza anomala e lo spostamento della sede di ossificazione della tuberosità tibiale <strong>non hanno alcuna ripercussione</strong> <strong>futura</strong> sulle funzionalità di tendine rotuleo, ginocchio e/o muscolo quadricipite femorale. La diagnosi si basa sull&#8217;esame obiettivo e sull&#8217;anamnesi, nei casi dubbi o per diagnosi differenziale possono essere richiesti esami strumentali (esami radiografici ed ecografici in prima istanza).</p>
<p style="text-align: justify;">La terapia prevede innanzitutto il <strong>riposo</strong> dalle attività che producono dolore indirizzando temporaneamente il paziernte verso pratiche fisiche che non provochino dolore (cross training). L&#8217;applicazione di <strong>ghiaccio</strong> sulla zona dolente per 15 minuti, ripetuta almeno 4-5 volte al giorno. L&#8217;assunzione, nei momenti di maggior dolore, di un <strong>antinfiammatorio</strong> (FANS) e l&#8217;utilizzo di un <strong>tutore per il ginocchio</strong> con funzione di supporto per il tendine rotuleo. Successivamente andranno iniziati <strong>Esercizi di stretching</strong><strong> </strong><strong>e rinforzo muscolare</strong>, finalizzati a migliorare l&#8217;elasticità e il tono del muscolo quadricipite femorale. Gli esperti hanno osservato che un muscolo quadricipite femorale più elastico e più forte riduce gli effetti che la tensione anomala del tendine rotuleo produce ai danni della tuberosità tibiale. Solo se i sintomi del morbo di Osgood Schlatter persistono anche al termine del picco di crescita ossea adolescenziale, è molto probabile che il paziente debba sottoporsi a un <strong>intervento di</strong> <strong>chirurgia</strong>. La prognosi in caso di morbo di Osgood Schlatter è generalmente benevola; solo in rari casi, infatti, la condizione può dar luogo a complicanze o rendere necessario il ricorso alla chirurgia.</p>
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		<title>La malattia di Sever-Blanke</title>
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		<pubDate>Sat, 15 Jan 2022 10:42:37 +0000</pubDate>
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<p><a class="dt-single-image" href="https://www.centroathenanapoli.it/wp-content/uploads/2022/01/severblanke.png" data-dt-img-description=""><img class="alignnone size-large wp-image-36815" src="https://www.centroathenanapoli.it/wp-content/uploads/2022/01/severblanke-1024x986.png" alt="severblanke" width="1024" height="986" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">La <strong>malattia di Sever</strong> o <strong>Morbo di Sever-Blanke</strong> (<strong>apofisite calcaneale</strong>)  è una causa comune di dolore al tallone che si presenta principalmente nei bambini, nel periodo di crescita (età di circa 8-13 anni). Si riscontra, generalmente, nei ragazzi che praticano sport che richiedo corsa e salti ripetitivi, come basket, calcio, atletica e ginnastica. Si ritiene infatti che questa sia una problematica causata da microtraumi ripetitivi derivanti dalla trazione del tendine di Achille sull&#8217;apofisi non consolidata.</p>
<p style="text-align: justify;">Fattori di rischio sono una eccessiva o aumentata attività sportiva, sport ad alto impatto, limitata dorsiflessione della caviglia, corsa su superfici dure,  calzature improprie, tensione del tendine d’Achille, anomalie biomeccaniche del piede, obesità. I sintomi possono interferire con la partecipazione sportiva per diversi mesi ed influiscono negativamente sulla qualità di vita del bambino anche se è una condizione autolimitante, che tende a risolversi spontaneamente una volta concluso il processo di crescita.</p>
<p style="text-align: justify;">Tale condizione si presenta con <strong>dolore all’inserzione del tendine di Achille</strong>, lieve gonfiore, dolore durante la dorsiflessione passiva della caviglia, dolore nel sollevarsi sulle punte dei piedi, test di compressione del calcagno (<strong>squeeze test</strong>) positivo, a volte zoppia. Il dolore peggiora durante e dopo l&#8217;attività, in particolar modo quando corre e/o salta o in alcuni casi anche durante il cammino e migliora con il riposo.</p>
<p style="text-align: justify;">La malattia di Sever è una diagnosi clinica e l&#8217;imaging, solitamente, non risulta essere necessario a tale scopo, eccetto nei casi atipici o di dolore persistente per una corretta diagnosi differenziale (processo infettivo, reumatologico, infiammatorio, neurologico, ecc.). I bambini che soffrono di questa condizione possono lamentare dolore, in alcuni casi, per 5-6 mesi e in questo caso l&#8217;unico modo per non soffrirne più è interrompere l&#8217;attività sportiva o al massimo concedersi delle lezioni di nuoto a bassa intensità. Il dolore può tuttavia ripresentarsi quando il ragazzo ritorna alla normale attività fisica soprattutto se persiste la condizione di sovrappeso. Il trattamento ha come obiettivo principale la riduzione del dolore che interferisce con le attività.</p>
<p style="text-align: justify;">La gestione di tale patologia include un<strong> riposo relativo</strong> e la <strong>modificazione delle attività che riproducono il dolore</strong>: non vi sono, infatti, prove che un riposo assoluto, e quindi un ritiro completo dall’attività sportiva, acceleri il processo di guarigione. È possibile continuare a partecipare alle attività sportive se il dolore si risolve poi con il riposo e se non limita i movimenti e le azioni di un determinato sport. <strong>Ghiaccio e FANS</strong> (farmaci antinfiammatori non steroidei) possono essere utili per alleviare il dolore. Potrebbe essere importante anche modificare le calzature utilizzate, inserendo suole ammortizzanti, plantari o dei rialzi per il tallone, che potrebbero avere effetto nella riduzione del dolore e nella gestione delle attività. Infine, un programma di stretching, mobilizzazioni, esercizio terapeutico, training neuromuscolare che ponga l’attenzione sull’arto inferiore e l’applicazione di <strong>taping</strong>, può aiutare nella gestione della malattia di Sever. È utile consultare un <strong>medico Fisiatra</strong> per migliorare la sintomatologia, per la gestione del carico, per ottenere tutte le informazioni su questa problematica e per continuare a svolgere le attività nel modo più adeguato.</p>
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